Quei titolo non ci piacciono. E Cambridge cancella dal web gli articoli sgraditi alla Cina

Alessandra Rizzo

«Promuovere l’acquisizione, l’avanzamento, il mantenimento e la diffusione del sapere in tutte le materie». È uno dei principi guida contenuti nello statuto della Cambridge University Press, la casa editrice più antica del mondo, nata quasi cinquecento anni fa tra le guglie del celebre ateneo con un permesso rilasciato da Enrico VIII. Adesso è finita nella bufera: ha ammesso di aver ceduto alle pressioni della Cina e aver bloccato l’accesso online a oltre 300 articoli su temi scomodi per Pechino quali diritti umani e Tienanmen. E gli studiosi la accusano di prestarsi ai tentativi cinesi di insabbiare la verità storica. Gli articoli sono usciti su «China Quarterly», una rivista accademica di alto livello pubblicata dalla Cambridge University Press. È stato il direttore Tim Pringle a denunciare la censura. Ha espresso «profonda preoccupazione e delusione» per la decisione del suo editore, e reso nota la lista degli articoli scomparsi. Si tratta di saggi e recensioni, alcuni dei quali risalgono agli Anni 60, di alcuni dei massimi studiosi in sinologia, storici e professori di Harvard o Columbia. I temi affrontanti variano dalla Rivoluzione Culturale di Mao ai diritti umani in Tibet, dal massacro di Tienanmen del 1989 alla democrazia a Hong Kong. Se si cercano questi articoli dall’interno della Cina, il motore di ricerca non li rileva. La Cambridge University Press ha detto di essersi piegata alla richiesta per evitare il male peggiore di un «blackout» totale. «Sappiamo che altri editori hanno avuto l’intera raccolta dei propri contenuti bloccata fino a quando non hanno accettato di rimuovere singoli articoli», ha detto in una nota. «Abbiamo accettato per assicurarci che altro materiale accademico potesse restare disponibile a ricercatori e docenti in questo mercato». Ha inoltre promesso di affrontare il problema con le «autorità competenti» in un incontro alla fiera del libro di Pechino la settimana prossima. Il caso è rilevante perché, secondo il «New York Times», le pubblicazioni accademiche straniere finora erano riuscite ad eludere la censura che già blocca giganti del web quali Facebook o Twitter. E suscita tanto più scalpore per il prestigio di chi ne è coinvolto. La Cambridge University Press è stata fondata nel 1534 e pubblica ininterrottamente da allora; con oltre 50.000 titoli, è seconda solo alla Oxford University Press tra le case editrici universitarie più grandi del mondo; ha pubblicato tra gli altri Newton, Milton, Noam Chomsky e Stephen Hawking. Molti studiosi si sono detti indignati. Alcuni sospettano che la decisione sia motivata dal desiderio di mantenere l’accesso a un mercato in espansione. Secondo il «Financial Times», il volume delle vendite della Cambridge University Press in Cina nell’ultimo anno è stato di oltre 330 milioni di euro. «Il sapere non esiste nè per dare conforto ai potenti, nè per trovare e sfruttare il mercato più grande», hanno scritto in una nota di protesta due professori esperti di politica cinese, Greg Distelhorst e Jessica Weiss. Un gruppo di autori pubblicati su «China Quarterly» si è detto «scioccato». John Simpson, il decano dei corrispondenti esteri della Bbc, ha scritto: «Ho assistito al massacro di Tienanmen, la Cina nega che sia avvenuto, adesso la Cambridge University Press si presta a questa interpretazione».

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